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Idillio nella casa dei folli

Wednesday, October 18th, 2006

Su “Le monde des Livres” del 6 ottobre, un articolo molto bello di Milan Kundera. Parla di un romanzo appena tradotto in francese:

Marek Bienczyk
Tworki

tradotto dal polacco da Nicolas Véron
Denoel, 272 p, 20 €

“Il secondo romanzo di Marek Bienczyk viene tradotto in francese. Milan Kundera, di cui Bienczyk è il traduttore in polacco, spiega perché bisogna assolutamente scoprire la sua opera.”

“Tutto accade verso la fine della seconda guerra mondiale. Eppure questo romanzo non assomiglia a nessun’altro. Questo frammento arcinoto della storia è visto sotto un angolo arci-inatteso: da un grande ospedale psichiatrico, Tworky. Per essere originale ad ogni costo? Al contrario: in quei tempi neri, nulla era più naturale che cercare un angolo per fuggire. L’orrore e il rifugio: due estremità sull’asse esistenziale della guerra”.

L’ospedale, dice Kundera, è gestito da tedeschi (non da mostri nazisti, non si cerchino cliché in questo romanzo); essi impiegano alcuni giovanissimi Polacchi come contabili, tra i quali anche tre o quattro ebrei con false carte d’identità. Cosa che colpisce immediatamente: questi giovani non assomigliano alla gioventù dei giorni nostri; sono più pudìchi, timidi, con una sete sincera di morale e di bontà; vivono i loro “amori virginali” con le gelosie e le delusioni, nella strana atmosfera di una bontà ostinata, che non si trasforma mai in odio; il personaggio principale ama comporre versi ed ha l’abitudine di leggerli ai suoi compagni, dei versi né pessimi né eccellenti, come ne può scrivere un ragazzo simpatico di 20 anni, non molto bello, con “un naso classificabile tra i grandi e delle orecchie tra le molto grandi”. Nessun raggio d’ironia rischiara questa immagine d’idillio? Si, ma è un’ironia d’una specie estremamente rara: una ironia tenera, amante, compassionevole, una ironia angelica.

E’ perché, si chiede Kundera, sono separate da mezzo secolo che la giovinezza di allora non assomiglia a quella di oggi? C’è una ragione ulteriore per questa dissomiglianza ed è là che Kundera vede la grande penetrazione del romaziere: l’idillio di cui parla è l’infanzia dell’orrore; dell’orrore nascosto ma costantemente in agguato; questo idillio nella casa dei folli, è un “fiore del male”.

Spesso, dice, la narrazione del romanzo si trasforma in canto, le parole e le espressioni ritornano come dei ritornelli, appaiono delle rime, il volo della parola non si affievolisce e vi porta e trasporta fino alla fine del libro.

Non siamo abituati ad una tale forza melodica nei romanzi e le frasi non sono solo ben costruite, questa melodia è troppo insistente, ha un significato, la sua presenza ininterrotta ci fa comprendere che la realtà vissuta dai “rifugiati” assomiglia ad un sogno “dove tutti danzano tra i vapori depositati dalla prosa della vita e dalla poesia venuta non si sa bene da dove”.

Non sappiamo da dove viene la poesia? Ma si, essa proviene “dalla prosa della vita”, dalle sue banalità più banali. Poiché più orribile è la Storia, più bello appare il mondo del rifugio; più ordinario è un avvenimento quotidiano, più esso assomiglia ad un salvagente al quale i “rifugiati” si aggrappano.

Quando qualcuno racconta la propria vita, la ricostituisce attraverso una deduzione logica, poiché la memoria in se stessa è incapace di registrare tutta una vita nella sua continuità logica; essa non ne conserva, inesorabilmente oppressa, che qualche raro momento. Ed è così che il romanzo di Bienczyk è narrato; non segue, centimetro per centimetro, il susseguirsi casuale di ciò che è successo, egli non evoca che l’incancellabile. Ma cos’è l’incancellabile? La memoria è capricciosa nelle sue scelte ed è attraverso regole impenetrabili che distingue l’importante dall’insignificante. (…)

Bienczyk, dice ancora Kundera, è nato dopo che gli avvenimenti del suo romanzo hanno avuto luogo. Nessuna traccia autobiografica, nessun regolamento di conti, nessuna intenzione polemica, nessun partito preso politico, nessuna ambizione di dipingere un quadro della Storia; soltanto la passione di scoprire “ciò che solo il romanzo può scoprire”; nel suo caso: la situazione dell’uomo errante su una strada tra “l’orrore e il rifugio”; e la strana, straziante bellezza di questa situazione tragica.

In conclusione, Kundera rende omaggio al traduttore , che ha raggiunto l’impossibile: salvare la melodia del romanzo.

Disclaimer

Wednesday, October 18th, 2006

Ai lettori: sto usando un software che si chiama Word Press, per il blog. Non lo conosco bene. Non riesco a far funzionare tutto. Ad esempio, nei link sulla destra, i nomi propri io li ho scritti con le dovute iniziali maiuscole, ma loro continuano ad apparire con le minuscole.

Ci sono altre piccole imperfezioni. Forse si risolveranno. Forse no.