Qui si parla di un libro che non ho letto
March 7th, 2007Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?
de Pierre Bayard
Ed. de Minuit
164 p., 15 €
In sostanza: “come parlare dei libri che non si sono letti?”
Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?
de Pierre Bayard
Ed. de Minuit
164 p., 15 €
In sostanza: “come parlare dei libri che non si sono letti?”
Già, perché anche giocare è un lusso.
Ricevo da Liseuse e faccio la mia parte.
Le premesse: non è il libro fisicamente più vicino. A casa non ho (più) una stanza per me dove leggo, il libro del momento è in giro, su uno scaffale (possibilmente in ordine per smanie coniugali, insofferenti alle asimmetrie anche temporanee); comunque si tratterebbe di “Breve storia della musica sacra”, di Luigi Garbini, Il Saggiatore; oppure di “Mozart, la notte delle dissonanze”, di Sandro Cappelletto, EDT. Tutto ciò non per snobismo o grande copertura culturale: semplicemente è un pò che non trovo gialli da leggere e quindi attingo al mucchio dei libri che “prima o poi voglio leggere”.
In conclusione, scelgo un autore più vicino invece che un libro più vicino. Ma tra i libri di questo autore che ho in casa scelgo il più vicino. Non eseguo alla lettera l’istruzione “sfogliare fino alla pagina 123″, ma apro il libro più o meno a quell’altezza e da quel punto sfoglio per trovare quella giusta.
David Foster Wallace, La scopa del sistema. Fandango. (traduzione di Sergio Claudio Perroni)
Pagina 123 inizia con una frase che continua dalla pagina precedente; conto da lì come fosse la prima;
“Ed eccoci alla catastrofica notte che rappresenta il climax del racconto, simboleggiato da un incredibile nubifragio che si abbatte sul bosco, con il vento che ulula e boli di pioggia gelatinosa che martellano il tetto della baita, mentre i quattro sono seduti a tavola, e la donna sbadiglia davanti al piatto dove troneggia una montagna di Hostess Cupcakes alta sin quasi al soffitto, e l’uomo, teso all’inverosimile, è incredibilmente incazzato e ha la faccia paonazza per lo sforzo di trattenere la propria furia, e il figlio più grande, che a questo punto va per i sette anni, si lagna un pò perché non gli va di mangiare i piselli che la donna, troppo intorpidita per il sonno e dal cibo, non si è curata né di scongelare né di cuocere, e le proteste del figlio, come se non bastasse il resto, infuriano l’uomo al punto di fargli involontariamente scappare un ceffone tremendo, ma proprio del tutto involontariamente, e il bambino vola giù dalla sedia e cade a terra, e cadendo urta un tavolino sul quale sono conservate, come su un altare, religiosamente accatastate su un cuscino di velluto rosso, tutte le preziose fialette della rara e di difficile preparazione medicina antipianto, e tutte le fialette finiscono in frantumi, e la medicina evapora all’istante, e ovviamente il bambino scoppia a piangere per il ceffone tremendo e imediatamente viene colto da una crisi epilettica particolarmente violenta, e tutto questo tragico trambusto fa scoppiare a piangere anche la figlia, che anche lei viene subito colta da una delle sue crisi epilettiche in miniatura, sicché di colpo marito e moglie si ritrovano tutt’e due i figli in preda alle rispettive crisi epilettiche, finché la moglie riesce finalmente a calmare almeno in parte la bambina cullandola e coccolandola e facendosela saltare sulle ginocchia, ma l’altro figlio è messo male sul serio.”
“Gesù.”
“Sicché i due genitori sono terribilmente angosciati, e decidono che l’unica cosa da fare è che lui carichi sulla Jeep il figlio grande e cerchi di raggiungere quanto più in fretta è possibile il minuscolo ospedale sperduto nei boschi, mentre la donna telefonerà all’ospedale per chiedere di predisporre subito una scorta d’emergenza di medicina antipianto, e resterà lì a badare che la piccola, che al momento è più o meno sedata in braccio alla mamma ma che non sopporta di andare in macchina e pertanto se la mettessero sulla Jeep non farebbe che piangere per tutta la strada fino al minuscolo ospedale sperduto nei boschi, non si rimetta a piangere e a contorcersi, fino al ritorno del padre con la medicina e col se Dio vuole frattanto scampato figlio maggiore.”
Ecco, sono tre frasi.
I tre blogger a cui chiedere di continuare la catena, al momento non li ho (almeno non mi sento così in confidenza con tre di loro a cui chiedere questo…). D’altronde, nelle istruzioni non c’è un limite temporale; può essere che in futuro la mia diramazione di catena possa estendersi.
Buon anno!
Un articolo su “Le Monde” di oggi annuncia la pubblicazione del rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta sulle sette, intitolato “L’infanzia rubata, i minori vittime delle sette”.
Questo è il terzo rapporto del genere: quello del 1995 era dedicato al fenomeno settario e quello del 1999 al denaro delle sette.
Il rapporto sottolinea che i bambini sono facile preda per le sette, e che l’impegno dei pubblici poteri contro le conseguenze delle derive settarie è “ineguale”.
La “commissione d’inchiesta relativa all’influenza dei movimenti a carattere settario e alle conseguenze delle loro pratiche sulla salute fisica e mentale dei minori” è stata istituita nel giugno 2006 ed ha finito ora il suo lavoro. Qualcuno forse vuole fare un paragone con l’Italia? scrivete il nome della prima commissione parlamentare d’inchiesta italiana che vi viene in mente: forse Mitrokin? non c’è paragone, non vi pare?
La commissione si è interessata ai bambini che vivono attualmente nelle sette ed a quelli che rischiano di essere investiti dal fenomeno. Il numero è allarmante: un esperto interrogato parla di 60.000 o 80.00 bambini educati in un contesto settario.
Hanno lavorato a partire da testimonianze di ex adepti, di funzionari addetti all’infanzia, di magistrati, di pedopsichiatri. In primo piano, i misfatti dell’indottrinamento e della reclusione psicologica, ed insiste in particolare sulle condizioni di scolarizzazione ed il profilo medico (psicologico, accesso o negazione delle trasfusioni sanguigne o delle vaccinazioni).
Le misure proposte insistono sul campo educativo (ridefinizione dei criteri di autorizzazione dell’istruzione a domicilio, controllo degli organismi di educazione a distanza), di sanità pubblica (controllo medico scolastico sistematico quale che sia la scolarizzazione dei minori, unificazione delle sanzioni per rifiuto della vaccinazione dei bambini, presa in carico per i fuoriusciti dalle sette, definizione di “buone pratiche” per gli psicoterapeuti), normative (prendere innanzitutto in considerazione l’interesse dei minori negli statuti delle associazioni di culto), di giustizia (diritti dei genitori, sanzione della reclusione).
La commissione non ha redatto liste di sette, ma ne ha definito le caratteristiche, tra le quali la destabilizzazione mentale, il carattere esorbitante delle esigenze finanziarie, il reclutamento dei bambini, senza dimenticare “l’abuso fraudolento dello stato di ignoranza o di debolezza”.
La Chiesa di Scientology ha protestato per essere considerata una setta, mentre i Testimoni di Geova, inseriti nel novero delle sette nel rapporto del 1995, proclamano il loro rispetto per le leggi della Repubblica e dichiarano che i loro figli frequantano la scuola pubblica.
Da pochi giorni è attiva una nuova emittente francese: France24. Trasmette via satellite ma anche via internet, si può leggere e vedere sul computer. Dicono che rappresenta un “punto di vista francese” sul mondo. Loro in questo investono: è finanziata, come altre iniziative del genere, con soldi pubblici.
Mi ha incuriosito un servizio di Elizabeth Tchoungui, su un ristorante alla moda: Dans le Noir, in Rue Quincampoix, al Marais.
Si cena completamente al buio. Gran parte del personale è non vedente. Si entra in fila indiana, mano sulla spalla di chi precede; ovviamente ci si siede vicino a chi capita.
Dice la giornalista:” l’avventura è ludica e gioiosa. All’arrivo al bar, il temerario deposita gli oggetti luminosi in un cassetto (orologi luminosi, telefonini dal video fluorescente…), poi viene offerto un menù-sorpresa; parentesi per le regole elementari di sopravvivenza in un ambiente oscuro: soprattutto mantenere al sicuro la bottiglia!. L’elemento liquido non va al bordo del tavolo, pena fragorosi disastri.
Per un momento la perdita della visione disorienta; poi diventa rilassante. Si può fare la linguaccia al vicino; mettersi le dita nel naso, avere otto anni e mezzo.
Una volta seduti, si esplora l’ambiente con le mani; la disposizione del piatto, delle posate, il bicchiere. Arriva il piatto, si mangia anche con le mani per sicurezza. Poi, il riconoscimento dei sapori, che lo chef si è divertito a mischiare; il taboulè acidulo, un bignè al formaggio, i commenti di chi cerca di indovinare di cosa si tratti…” Una bottiglia che cade dal tavolo, le risate e le chiacchiere a voce troppo alta. Alla fine, dopo sapori forti per supplire alla mancanza di vista, non si pensa che all’Alka selzer. Troppi gusti uccidono il gusto.”
France 24 è qui.
Lo scrittore italiano pubblica contemporaneamente due libri sulla Bibbia, un testo di commento ad un libro di foto, ed una magnifica meditazione a due voci sull’alpinismo.
Su “Le Monde des Livres” del 24 novembre, Patrick Kéchichian redige un inventario della presenza di De Luca nelle uscite editoriali recenti.
Erri De Luca
Sur la trace de Nives
(Sulla traccia di Nives)
Traduit de l’italien par Danièle Valin
Gallimard, 132 p., 13,90 €
“La lettura della Bibbia e la pratica dell’alpinismo hanno un punto in comune: le due attività non si limitano a se stesse, ma rilevano una dimensione interiore di cui il praticante non aveva, prima di cominciarle, una chiara coscienza. Le Scritture dispensano a colui che le medita delle lezioni di saggezza o di fede: di vita. La montagna insegna una ascesi del corpo e dello spirito: una economia di vita. Nei due casi, si tratta di considerare e di desiderare di raggiungere o avvicinare un bene posto al di sopra di sé
Erri De Luca ha deciso, da molto tempo, di consacrarsi a queste due scuole. Per la prima, non appartiene ad alcun lignaggio di esegeti, non si riconosce in alcuna religione, se non in quella che si fa da sè del Libro.”
Per la seconda, De Luca si richiama ad una scelta di risarcimento verso il padre: “ho scritto i libri che lui non ha scritto, ho scalato le montagne che lui avrebbe voluto scalare. Sono suo figlio perché ho ereditato i suoi desideri….”
Il libro è un “racconto di viaggio” con l’alpinista Nives Meroi, che De Luca accompagna in una spedizione himalayana. La montagna è “personificata”, parlante: “La montagna non è un mostro che uccide, io sento al contrario che soffre le ferite per ciascuna vita che si perde in essa. Le valanghe che non ha potuto trattenere, le cadute di pietre che sono precipitate in basso: c’è un dolore della montagna, e il suo scusarsi che viene in soccorso ad altri alpinisti. “.
Gli altri volumi: Comme una langue au palais (Gallimard, 120 p., 13,90 €) riunisce le analisi di diversi passaggi della Bibbia, specie sui mestieri nei due Testamenti, mentre Au nom de la mère, (Gallimard, 78 p., 7,90 €) è un racconto di Maria che parla in prima persona dell’infanzia di Gesù; c’è poi il commento al libro di fotografie di François-Marie Banier, Le chanteur muet des rues (Gallimard, 90 p., 22,50 €), in cui esprime la sua simpatia per gli umili, gli anonimi, gli infelici che incrociamo nelle vie delle città.
Amen.
Su “le monde des Livres” del 3 novembre, un articolo di Fabio Gambaro.
“E’ a Belluno, piccola città delle Venezie ai piedi delle Dolomiti, che il 16 ottobre 1906 è nato Dino Buzzati. Un secolo più tardi, l’editoria francese rende omaggio all’opera di uno degli scrittori italiani più amati dal pubblico dell’Esagono. In effetti, Il Deserto dei Tartari, K , o Le notti difficili, con le loro atmosfere strane ei loro personaggi angosciati, hanno conquistato da molto tempo i lettori francesi. D’altronde, da molto tempo, lo scrittore, morto nel 1972, è stato più celebrato in Francia - dove è sempre letto nelle scuole - che nel proprio paese.
Lo ricorda Delphine Gachet nell’introduzione al secondo volume delle Opere, appena pubblicato.” (…)
Dino Buzzati
OEuvres
Traduit de l’italien par Jacqueline Remillet, Michel Breitman,
Yves Panafieu, Anna Tarantino et Michel Sager
Ed. Robert Laffont, 1142 p., 30 €
Ecco una figura di cui si parla sempre troppo poco.
Su “Le Monde des livres” del 6 ottobre, Josyane Savigneau intervista un, sembra, celebre agente: Andrew Wylie. Ecco un gran bel lavoro, ad averne il talento, per quelli che non sanno fare gli scrittori (parlo di me, ovviamente…).
Una traduzione integrale in inglese si può trovare qui.
59 anni, studi ad Harvard, agente letterario dal 1980. Di lui Philip Roth dice che gli ha cambiato la vita, imponendo agli editori compensi molto alti per gli scrittori.
“Il fondo delle cose, (…) è la guerra permanente tra i libri puramente commerciali ed il posto che si riserva loro, e la letteratura, i libri di fondo, ed il posto che si riserva a questi ultimi.
Ho creato la mia agenzia con uno scopo ben preciso: convincere gli editori che bisognava finirla col pensiero a breve termine, con la supervalutazione dei prodotti commerciali e la sottovalutazione della letteratura. E tentare di ricordare loro la propria responsabilità intellettuale. ”
Lei ha detto una volta di essersi posto nel 1979 una domanda:” come posso leggere ciò di cui ho voglia e guadagnare abbastanza soldi per vivere?” (…)
“(…) avevo in testa un’idea semplice: se si riesce a convincere gli editori a pagare caro un libro di qualità, allora essi faranno ciò che si deve per venderlo. (…) Sono certo che bisogna procedere così. Se un editore spende molto denaro per un libro, ne dovrà fare una tiratura importante. Poi spiegare ai suoi rappresentanti che è importante per la casa editrice e che bisogna vegliare perché vi sia una buona visibilità in libreria. Si sa che il 30% degli acquisti si fa d’impulso. Generalmente, ciò che il cliente vede per primi, sono i prodotti mediocri. Bisogna al contrario mettere avanti la letteratura. (…) Non ha sempre funzionato, ma spesso si, e se c’è una cosa di cui sarò fiero alla fine della mia vita è di aver fatto mettere avanti Philip Roth, Martin Amis e qualche altro al posto di Danielle Steel, Tom Clancy e gli altri. (…)”
All’inizio della sua attività aveva un catalogo trenta autori, e, coi suoi principi, doveva essere difficile guadagnare molto denaro. Oggi lei ha il più bel catalogo d’autori, certi dicono il più snob.
“Sicuramente il più snob! (…) Eppure non sono del tutto pessimista, sono additirruta ottimista sulla capacità di resistenza dell’edizione di qualità. (…) Credo che il circuito di venita dei libri si vada sviluppando in modo molto favorevole ai libri di qualità. Le grandi catene di librerie, che sono nefaste, non mettendo avanti che libri mediocri, a vendita rapida, trascurando totalmente il catalogo, sono in rallentamento. Grazie soprattutto ad Amazon, che è una rivoluzione. Il mercato va dividendosi tra Amazon e le librerie indipendenti, di cui la rete, negli stati Uniti, è danneggiata ma si va ricostruendo. Sono certo che i disfattisti si sbagliano.”
Per finire, la domanda che irrita: perché non avete autori francesi nel vostro catalogo? (…)
(…) Gli autori che scelgo di difendere, io li leggo. Ora, se posso leggere in modo conveniente in italiano - ed ho degli autori italiani contemporanei nel mio catalogo - non posso veramente leggere in francese, benché io abbia a suo tempo parlato assai correttamente francese. Mi rattrista che gli autori francesi, attualmente, non si esportino meglio. (…) Ma se voglio rappresentare dei Francesi, bisogna che di nuovo, io li possa leggere nella loro lingua. Dunque che io prenda del tempo per ritrovare il mio francese.”
Su “Le monde des Livres” del 6 ottobre, un articolo molto bello di Milan Kundera. Parla di un romanzo appena tradotto in francese:
Marek Bienczyk
Tworki
tradotto dal polacco da Nicolas Véron
Denoel, 272 p, 20 €
“Il secondo romanzo di Marek Bienczyk viene tradotto in francese. Milan Kundera, di cui Bienczyk è il traduttore in polacco, spiega perché bisogna assolutamente scoprire la sua opera.”
“Tutto accade verso la fine della seconda guerra mondiale. Eppure questo romanzo non assomiglia a nessun’altro. Questo frammento arcinoto della storia è visto sotto un angolo arci-inatteso: da un grande ospedale psichiatrico, Tworky. Per essere originale ad ogni costo? Al contrario: in quei tempi neri, nulla era più naturale che cercare un angolo per fuggire. L’orrore e il rifugio: due estremità sull’asse esistenziale della guerra”.
L’ospedale, dice Kundera, è gestito da tedeschi (non da mostri nazisti, non si cerchino cliché in questo romanzo); essi impiegano alcuni giovanissimi Polacchi come contabili, tra i quali anche tre o quattro ebrei con false carte d’identità. Cosa che colpisce immediatamente: questi giovani non assomigliano alla gioventù dei giorni nostri; sono più pudìchi, timidi, con una sete sincera di morale e di bontà; vivono i loro “amori virginali” con le gelosie e le delusioni, nella strana atmosfera di una bontà ostinata, che non si trasforma mai in odio; il personaggio principale ama comporre versi ed ha l’abitudine di leggerli ai suoi compagni, dei versi né pessimi né eccellenti, come ne può scrivere un ragazzo simpatico di 20 anni, non molto bello, con “un naso classificabile tra i grandi e delle orecchie tra le molto grandi”. Nessun raggio d’ironia rischiara questa immagine d’idillio? Si, ma è un’ironia d’una specie estremamente rara: una ironia tenera, amante, compassionevole, una ironia angelica.
E’ perché, si chiede Kundera, sono separate da mezzo secolo che la giovinezza di allora non assomiglia a quella di oggi? C’è una ragione ulteriore per questa dissomiglianza ed è là che Kundera vede la grande penetrazione del romaziere: l’idillio di cui parla è l’infanzia dell’orrore; dell’orrore nascosto ma costantemente in agguato; questo idillio nella casa dei folli, è un “fiore del male”.
Spesso, dice, la narrazione del romanzo si trasforma in canto, le parole e le espressioni ritornano come dei ritornelli, appaiono delle rime, il volo della parola non si affievolisce e vi porta e trasporta fino alla fine del libro.
Non siamo abituati ad una tale forza melodica nei romanzi e le frasi non sono solo ben costruite, questa melodia è troppo insistente, ha un significato, la sua presenza ininterrotta ci fa comprendere che la realtà vissuta dai “rifugiati” assomiglia ad un sogno “dove tutti danzano tra i vapori depositati dalla prosa della vita e dalla poesia venuta non si sa bene da dove”.
Non sappiamo da dove viene la poesia? Ma si, essa proviene “dalla prosa della vita”, dalle sue banalità più banali. Poiché più orribile è la Storia, più bello appare il mondo del rifugio; più ordinario è un avvenimento quotidiano, più esso assomiglia ad un salvagente al quale i “rifugiati” si aggrappano.
Quando qualcuno racconta la propria vita, la ricostituisce attraverso una deduzione logica, poiché la memoria in se stessa è incapace di registrare tutta una vita nella sua continuità logica; essa non ne conserva, inesorabilmente oppressa, che qualche raro momento. Ed è così che il romanzo di Bienczyk è narrato; non segue, centimetro per centimetro, il susseguirsi casuale di ciò che è successo, egli non evoca che l’incancellabile. Ma cos’è l’incancellabile? La memoria è capricciosa nelle sue scelte ed è attraverso regole impenetrabili che distingue l’importante dall’insignificante. (…)
Bienczyk, dice ancora Kundera, è nato dopo che gli avvenimenti del suo romanzo hanno avuto luogo. Nessuna traccia autobiografica, nessun regolamento di conti, nessuna intenzione polemica, nessun partito preso politico, nessuna ambizione di dipingere un quadro della Storia; soltanto la passione di scoprire “ciò che solo il romanzo può scoprire”; nel suo caso: la situazione dell’uomo errante su una strada tra “l’orrore e il rifugio”; e la strana, straziante bellezza di questa situazione tragica.
In conclusione, Kundera rende omaggio al traduttore , che ha raggiunto l’impossibile: salvare la melodia del romanzo.
Ai lettori: sto usando un software che si chiama Word Press, per il blog. Non lo conosco bene. Non riesco a far funzionare tutto. Ad esempio, nei link sulla destra, i nomi propri io li ho scritti con le dovute iniziali maiuscole, ma loro continuano ad apparire con le minuscole.
Ci sono altre piccole imperfezioni. Forse si risolveranno. Forse no.
Lunghe.