Promemoria film da vedere – Barbara – Miss Bala – Margin call

maggio 4th, 2012

Barbara – film tedesco di Christian Petzold.

Germania Est, 1980. Barbara è un medico che lavora nell’ospedale in una città di provincia, in riva al mare, dopo essere stata in prigione a Berlino. Conosce André, il suo capo con cui intreccia una relazione improntata all’ambiguità e al desiderio. Si rifiuta senza rompere tutti i ponti.La ragione viene presto rivelata: è sorvegliata giorno e notte da un poliziotto. Combattuta tra il desiderio di fuggire all’Ovest e la tentazione di vivere l’amore. L’intrigo non è la parte più interessante; non quanto l’atmosfera che il regista riesce a creare.

Il confronto con la satira impegnata e nostalgica di  “Good Bye Lenin” e  il dramma paranoide di “La vita degli altri” non è del tutto pertinente: ciò che riesce a toccare Barbara è di altra natura, forse più giusta e più profonda. Qualcosa che mostrerà l’orrore nella sua trivialità.

 

Miss Bala – film messicano di Gerardo Naranjo.

Thriller e film grave e riflessivo. Tijuana, alla frontiera con la California. Ragazza semplice che si trova per caso in mezzo agli scontri tra narcos, polizia, agenti americani antidroga.

Mette in luce i meccanismi di un sistema fondato sull’ambivalenza di tutte le parti in gioco: gli USA inviano i loro agenti a rischiare la vita a sud della frontiera, ma forniscono anche le armi ai cartelli della droga; il governo messicano e i narcos tendono a dividersi le ricchezze sulle spalle degli umili, intanto che i media si nutrono di questo flusso di violenze.

Selezionato nel 2011 nella sezione Un certain regard a Cannes.

 

Margin call – film americano di J.C. Chandor (non c’è nulla da fare, in nessun posto si trovano notizie su cosa significhi J.C., vuol dire che si fa chiamare  proprio così…) , con Kevin Spacey, Jeremy Irons, Demi Moore.

Selezionato nel 2011 sia al Sundance che al Festival di Berlino.

Banca sull’orlo del fallimento, tutto in una notte. Dilemma tra far fallire la banca e far fallire il Paese.

Crisi finanziaria del 2008; Wall Street.

Ispirazione continua da Stanley Kubrick.

 

Da Patrica al monte Caccume – 25 aprile 2012

aprile 26th, 2012

Partiti verso le 8,30 da casa, abbiamo iniziato la camminata intorno alle  dieci.

Siamo arrivati passando da Supino, parcheggiando subito prima della galleria che porta a Patrica.

All'inizio del sentiero, Patrica

Le indicazioni seguite sono quelle di Stefano Milani – Monti Lepini, 22 escursioni a piedi – 6 in MTB, Edizioni Il Lupo; oltre a quelle del blog http://www.gambeinspalla.it/itinerario.asp?ID=22, abbastanza chiare anche se va fatta attenzione a non sbagliare alla deviazione verso destra subito dopo la fonte. Infatti abbiamo sbagliato e siamo ridiscesi verso Supino per oltre venti minuti…

Questa è una vista di Patrica dopo una mezz’ora dalla partenza:

 

Il punto dove fare attenzione: dopo la chiusa in muratura della fonte, prendere a destra. I segnali sono sbiaditi ma si trovano.

Dopo questo, attenzione; prendere a destra in salita

 

 

 

 

 

Altro punto in cui fare attenzione: alla base della cima, si può facilmente prendere in discesa il sentiero che sale da Supino invece di salire.

 

In cima: vista magnifica e bella chiesetta, oltre alla croce imponente.

 

 

 

La croce

 

L'interno della chiesa

 

 

 

Monte Gemma, con cappello

 

Il ritorno è più faticoso: non ci sono tratti in piano (anche in salita è così, ma si sente meno), e si deve stare sempre in tensione per via delle roccette su cui si cammina.

Il tratto delle fonti ieri era trasformato in ruscello: con le scarpe da ginnastica sarebbe stato un problema, non è possibile evitare di camminare nel velo d’acqua che scorre.

 

Verso le due e dieci arrivo in paese: superata la galleria, subito a sinistra c’è un bar-pizzeria-ristorazione. E’ al momento l’unico aperto a meno che non si scenda alle “quattro strade” (a valle).  Si mangia benissimo spendendo una cifra simbolica. E’  “La Passeggiata”, Viale Trieste 9. Tel 0775 221342.

Si mangia quello che si trova: ieri strozzapreti fatti in casa con un ragù fantastico; antipasto misto ottimo (i salumi, i carciofini, le olive con quei sapori che misteriosamente risorgono appena ti allontani da Roma), arista di maiale arrosto perfetta, morbida dentro e con una crosticina croccante, cicoria ripassata, semifreddo di crema e fragole fatto in casa.

Meglio, se si può, prenotare perché ci sono pochi posti.

 

Ancora una vista di Patrica, al ritorno.

Djo Tunda wa Munga – Viva Riva! – film Congo

aprile 18th, 2012

Film di gangster a Kinshasa, la capitale congolese. (devo precisare che non l’ho ancora visto; acquistato su Amazon, sta arrivando…). Aggiornamento del 4 maggio 2012: visto; è un pò sempliciotto, comunque interessante.

Uscito due anni fa, ora nelle sale in Francia.  Non sembra prevista una uscita in Italia.

Ne parla lungamente Le Monde del 18 aprile, dove c’è anche un’intervista di Aureliano Tonet al regista, Djo Tunda wa Munga.

Si possono trovare informazioni sul film sia su IMDB (http://www.imdb.com/title/tt1723120/)

che su http://www.vivarivamovie.com/ o anche http://www.musicboxfilms.com/viva-riva/#playdates dove sono anche riportati i premi:

Awards

2011 MTV Movie Awards – Best African Film

WINNER OF 6 AFRICAN MOVIE ACADEMY AWARDS 2011

  • Best Film
  • Best Director – Djo Tunda Wa Munga
  • Best Supporting Actor – Hoji Fortuna
  • Best Supporting Actress – Marlene Longange
  • Best Cinematography
  • Best Production Design
  • Official Selection – 2010 Toronto International Film Festival
  • Official Selection – 2011 Berlin International Film Festival
  • Official Selection – 2011 South By Southwest Film Festival
  • Winner – Best Feature Film – 2011 Pan African Film Festival

———–

Secondo la recensione, Kinshasa è la protagonista principale di questo film nero e brutale; con la onnipresente penuria di benzina che esaspera tutti, dagli autisti di taxi ai proprietari di macchine tedesche. Le code ai distributori, il traffico immobile, il mercato nero dove i compratori assaggiano la benzina per controllare che non sia annacquata.

Il regista mostra la città convulsa non per trarne conclusioni politiche o sociali ma per farne un campo di battaglia. E’ qui che sbarca Riva, di ritorno dall’Angola, portando in barca dei fusti di benzina rubati al suo datore di lavoro (Cesar, gangster angolano), che al mercato nero rendono 7 dollari al litro e dovrebbero renderlo ricco. Ma la benzina è per sua natura infiammabile, e la sua sola presenza mette in movimento forze votate al confronto violento.

Riva, ragazzo scaltro ma non molto intelligente, dongiovanni farfallone, bugiardo credulone, ha la cattiva idea di innamorarsi di Nora, donna del cattivo del quartiere “notturno” Matonge e deve inoltre affrontare una donna colonnello dell’armata congolese, un prete avido e il suo ex padrone, venuto dall’Angola in compagnia di qualche assassino.

Non un ritratto realista della società congolese, ma un film nero, di violenza coreografata,  grottesco.

Il regista mostra uno straordinario equilibrio, che si apprezza fin dal confronto iniziale tra Cesar, il malvivente angolano, e la “colonnella”:  l’affrontarsi dell’esteta del crimine (Cesar è un elegantone) e la donna plasmata dalle guerre del Congo è stranamente affascinante. La messa in scena non è sempre imprevedibile, ma Munga utilizza un ritmo sfrenato che piega anche i reticenti: fa circolare i suoi personaggi tra le coperture e i cartoni che separano le camere di un bordello di fortuna; organizza il confronto tra l’angolano che disprezza i Kinois (abitanti di Kinshasa) come avrebbe fatto un colono del secolo scorso e un commissario congolese; fa intervenire un ragazzino di strada pieno di risorse…

Questo scenario di violenza non è sprovvisto di sensibilità. Verso il finale, due sequenze strazianti mostrano la distruzione delle famiglie per l’attrattiva del lucro. Anche se le guerre d’Angola e del Congo non sono nominate, la loro eredità è presente, e modella nel profondo i comportamenti dei personaggi.  La drammaturgia obbedisce alle regole del film di gangster (strizzando l’occhio più ad Hongkong che a Los Angeles),  ma  il regista non dimentica mai dove filma, cosa filma. Si capisce bene che Viva Riva è principalmente filmato per la gente di cui parla e la sua immediatezza è facile da condividere.

 

L’intervista: Djo Tunda wa Munga è nato a Kinshasa nel 1972, lascia il Congo a 9 anni per il Belgio, dove studia arti plastiche e cinema. Al margine di una carriera giornalistica, torna in Congo nel 2001 con l’intenzione di realizzarvi il suo primo lungometraggio, Viva Riva! che impiegherà circa dieci anni a scrivere, finanziare e realizzare. Dietro la circolazione dei corpi, degli idiomi e delle ricchezze che ritmano questo giallo bruciante traspare l’influenza di Sergio Leone, Bria De Palma e Abel Ferrara.

Il suo prossimo film, in corso di scrittura, ambientato tra Cina e Congo, dovrebbe mettere in luce il suo debito verso gli Hongkonghesi John Woo e Johnnie To, altri maestri riconosciuti.

La genesi: al suo ritorno in Congo, in un paese devastato dalla guerra, in piena crisi dei carburanti, incontra dei trafficanti di benzina alla frontiera angolana. Appena venduto ilcarburante, spendono tutto in festeggiamenti, poi ripartono verso l’Angola per rifornirsi. Trova questo “carpe diem” insieme bello e tragico, con sullo sfondo il petrolio che irriga la città come il sangue il nostro corpo.

A partire dalle elezioni in Congo nel 2006, che hanno dato una qualche stabilità al paese, ha trovato la somma di 1,8 milioni di euro di dotazione dai produttori. Le riprese sono durate 37 giorni, senza grandi incidenti. Una lunga preparazione aveva consentito di scegliere e formare la ventina di attori, ai quali era stata spiegata l’importanza di Marlon Brando – che rappresenta l’immersione nelle strade del cinema popolare – o di Abbas Kiarostami, per la limpidezza di un film come Ten (Dieci).

Sceglie il genere del film nero; poteva sottolineare a qual punto le cose vadano male, ma il film “nero” gli ha dato la libertà di essere onesto. La distanza fornita dall’utilizzo di questo genere gli ha permesso di di far entrare il reale in tutta la sua brutalità, ma senza pesantezza. “Per noi, andare a vedere un film africano è diventato un fardello”. Bisogna riconquistare il nostro pubblico, ridargli la voglia.

La situazione del cinema nel Congo: inesistente. Non ci sono sale, scuole, produttori. Fare un film lì somiglia ad una rissa. Il cineasta è un aggressore, che avanza a strattoni. Dopo La vita è bella, nel 1987, di Ngnagura Dieudonné Mweze e Benoit Lamy (http://www.imdb.com/title/tt0094265/), Viva Riva! è il primo lungometraggio di fiction congolese, ed è il primo girato in lingala, la lingua di strada. Al di là di qualche proiezione arrangiata, il film uscirà essenzialmente in DVD. Di fatto, ha ricevuto un’accoglienza più calorosa nei festival d’Africa anglofona che di quelli francofoni, specialmente in Nigeria, il paese più dinamico cinematograficamente del continente.

Il film mostra la frattura tra le generazioni: gli anziani erano istruiti ma corrotti. I giovani non hanno soldi né educazione, ma se la cavano giorno per giorno, con entusiasmo. Il panafricanismo è finito. I difensori del capitalismo dovrebbero venire in Congo, una società abbandonata dallo Stato, dove tutto si compra e si negozia, dove ciascuno è un mercenario, fino a divorare il suo prossimo.

Alessandro Piperno, Lettura In Corso Con Grande Piacere

febbraio 6th, 2012

Era già deciso da tempo che avrei letto i suoi romanzi.
Dopo aver trovato  un suo scritto su “Nuovi Argomenti” n. 23 del 2003, in cui discuteva lungamente di Philip Roth e d’altro, è diventato urgente.
Ho quindi comprato sia “Con le peggiori intenzioni” che “Persecuzione”, e sono ad oltre metà del primo, approfittando del tempo regalato dalla nevicata a Roma di questi giorni.
È proprio un bel romanzo, in cui si sente aria ad alta quota venire da Roth e altri, profumo di fanciulle in fiore, istantanee di Sabbath, e anche (per me è un complimento…) un piccolo omaggio a David Foster Wallace quando scrive frasi in cui le parole iniziano tutte con la maiuscola (l’americano scrisse almeno “La Più Bella Ragazza Di tutti I Tempi”, per quanto io ricordi; è comunque il modo in cui il New York Times compone sempre i suoi titoli). Tutto senza che minimamente si senta manierismo o stanchezza nella lettura, tanto è comunque originale il modo di scrivere, la lingua e le storie.
È serrato e quasi affannato, fittissimo al punto che viene voglia di chiedere all’autore per favore di riscriverlo usando un numero di pagine almeno doppio per avere modo di assimilare la scrittura con più calma senza smettere ogni tanto per regolarizzare il respiro.
Infatti mentre si legge ci si chiede come sia stato scritto: di qualche scrittore (ad esempio Murakami), conosciamo tramite interviste il modo “ambientale” di scrivere: una stanza con ampia finestra sui monti giapponesi, un divano su cui riposare nelle lunghe sedute, una disciplina che prevede sveglia alle quattro del mattino e scrittura fino alle dieci ( la Nothomb, chissà se per coincidenza o trasmissione paravirale, dichiara abitudini simili). Durante la lettura di Murakami viene in mente, questa origine placida dello scritto.
Nel caso del Piperno di questo primo romanzo si pensa ad uno scrittore in corsa, uno che si è fabbricato un leggio sulla cyclette e inizia a scrivere solo quando i battiti cardiaci abbiano superato i 120 al minuto, con una densità di parole importanti, immagini, descrizioni, destini rotolanti verso una istantanea lunghissima conclusione quasi sempre intrisa di gioiosa tragedia. Ci si chiede se tutto, storia, frasi, dialoghi, fosse già pronto nella testa dell’autore e aspettasse solo di uscire fuori di corsa. Chiaramente tutto ciò è incongruo: deve trattarsi di una capacità di rimanere concentrati e tesi per chissà quanto tempo (mesi? anni?), ed è questo che fa il piacere e lo stupore di un lettore sempre ammirato verso chi scrive e scrive bene.

Al cinema a New York questa settimana

gennaio 22nd, 2012

Una selezione di quello che c’è nelle sale a New York:

Coriolanus, di Ralph Fiennes.

IMDB riporta queste date di uscita:

Nazionalità Data
Germania 14 febbraio 2011 (Berlin International Film Festival)
Serbia 25 febbraio 2011 (FEST)
Canada 12 settembre 2011 (Toronto International Film Festival)
Svezia 10 novembre 2011 (Stockholm International Film Festival)
USA 2 dicembre 2011 (New York City, New York)
USA 2 dicembre 2011 (Los Angeles, California)
Libano 22 dicembre 2011
Filippine 18 gennaio 2012
Canada 20 gennaio 2012 (limited)
Canada 20 gennaio 2012
Irlanda 20 gennaio 2012
UK 20 gennaio 2012
USA 20 gennaio 2012 (limited)
Russia 26 gennaio 2012
Estonia 27 gennaio 2012
Armenia 2 febbraio 2012
Portugal 2 febbraio 2012
Australia 23 febbraio 2012
Giappone 25 febbraio 2012
Svezia 4 aprile 2012

Come si vede manca l’Italia.

 

The flowers of war, di Zhang Yimou. Con Christian Bale.

Un playboy americano unisce le forze con una prostituta per salvare dei bambini cinesi dagli invasori giapponesi.

 

Haywire   (Knockout – Resa dei conti), di Steven Soderbergh. In Italia deve ancora arrivare  ”Ed ora parliamo di Kevin”.

 

Red tails, di Antony Hemingway. Drama storico sullo squadrone di aviatori afroamericani durante la seconda guerra mondiale (Tuskegee Airmen).

 

The Hunter , Di Rafi Pitts.

Film iraniano in farsi. Ali lavora di notte come guardia a Theran in una fabbrica. La sua famiglia sparisce e lui giura vendetta.

 

 

Let my people go – film francese di Mikael Buch

dicembre 29th, 2011

Quando il ritorno del figliol prodigo genera la catastrofe…

Questa prima commedia di Mikael Buch mescola cultura gay, feticismo cinefilo e folklore.

Isabelle Reigner su Le Monde del 28 dicembre ne dà un giudizio di simpatia senza entusiasmo; parte dalla colonna sonora “yddish” dei Barry Sisters (Chiribim Chiribom si trova facilmente su youtube, per chi volesse farsi un’idea), che caratterizza questo film che vede tornare Ruben, figliol prodigo omosessuale esiliatosi in Finlandia, nella sua famiglia ebraica parigina alla vigilia delle feste di Pesha.

Spaventato da una avventura rocambolesca che ha provocato la sua precipitosa partenza, una borsa di denaro al braccio, il cuore infranto da un litigio col suo fidanzato, Ruben si trova nel cuore della tormenta, nella casa familiare che aveva voluto lasciare con tutte le sue forze.

Diplomato da poco alla scuola di cinema Femis, il giovane regista sembra contemporaneamente avere troppo appetito e essere un pò perduto in questa commedia dove si sente che vorrebbe far entrare di  tutto: dal naturalismo alla commedia estrema, dal feticismo cinefilo al richiamo ai videoclip, dalla cultura gay al folclore ebraico.

Ciò che lo salva è un vento fresco che lo pervade, insieme all’interpretazione di Nicolas Maury (Ruben), e degli altri, tra i quali Carmen Maura.

Snowtown, film australiano in uscita in Francia

dicembre 28th, 2011

Le Monde del 28 dicembre parla del  film di Justin Kurzel, non ancora uscito in Italia. Dura due ore.

Presentato all’ultimo festival di Cannes nella “settimana della critica”, è il primo lungometraggio di questo regista e il titolo francese (magari sarà così anche da noi), fa pensare ad un classico thriller (Crimini di Snowtown), mentre per l’autore è più importante descrivere e comprendere il malessere di una comunità umana la cui autenticità sociologica viene data per indiscutibile.

Il film è ispirato ad un fatto realmente accaduto  in una piccola città periferica a nord di Adelaide in Australia.

Jamie è un adolescente di 16 anni che vive con la madre divorziata; nella comunità imperano l’alcolismo, la disoccupazione, il far nulla. I comportamenti sessuali devianti (violenze, abusi) sembrano generare la disperazione.

Un giorno appare John, nuovo compagno della madre di Jamie. Personaggio carismatico,  sicuro di se, affascina l’adolescente maltrattato dal fratello più grande e sembra essere per lui una promessa di salvezza prima di rivelare il suo vero volto, quello di uno psicopatico, capace di trascinare chi lo circonda in una spirale di violenza e di morte.

Ossessionato dalla volontà di ripulire il paesaggio dai pedofili, dai gay e da tutti quelli che considera “perversi”, il personaggio passa dallo status di comiziante nelle serate annaffiate di alcool a quello di freddo assassino. Colui che all’inizio sembra un velleitario parolaio passa in effetti all’azione, dimostrando una incapacità patologica di  distinguere i fantasmi sordidi dalle conseguenze reali  dell’azione umana.

La principale qualità del film risiede nella capacità di oltrepassare il naturalismo (la descrizione di un gruppo sociale marchiato da un certo determinismo) grazie ad un senso sicuro della fatalità, una maniera di introdurre la tragedia in una trivialità umana che rasenta a volte l’abiezione. Questa alchimia si deve, sempre secondo Jean-François Rauger che scrive la recensione, ad un dosaggio particolarmente riuscito tra il tempo indifferente e monotono della cronaca sociale e quello, intenso, del crimine.

Snowtown presenta il racconto dell’assoggettamento progressivo di un adolescente fragile da parte di un “cattivo padre”, di un genitore diabolico che perverte la nozione di legge. L’attore Daniel Henshall incarna benissimo questa seduzione del male, resa possibile in un mondo in cui ogni orizzonte, prospettiva, trascendenza sembrano essere irrimediabilmente scomparsi. Un universo dove l’idea di una differenza tra il bene e il male ha cessato di avere la minima pertinenza.

 

 

LOURDES – Jessica Hausner – Film austriaco sul pellegrinaggio

agosto 3rd, 2011

Su Le Monde del 27 luglio 2011 Martin Gschlacht parla del film dell’austriaca Jessica Hausner, Luordes.

Un pellegrinaggio pervaso di rituali e tappe obbligate durante le quali malati, infermi, handicappati contornati da volontari pregano per la propria guarigione e forse per l’inconcepibile: un miracolo. Ciò che molto rapidamente diviene evidente nel film è che Luordes si trasforma in un luogo disertato da ogni trascendenza. Infermiere e  guardie dei malati sembrano pensare soprattutto alla propria vita sentimentale; gli ecclesiastici scherzano sullo Spirito Santo e gli ammalati si ingelosiscono tra di loro.

Un miracolo è quello che sembra capitare ad una giovane malata di sclerosi a placche. Durante i giorni del soggiorno a Luordes migliora in modo spettacolare, arrivando a lasciare la sua sedia a rotelle e ritrovare maldestramente l’uso delle gambe.

Affrontando il tema del miracolo, la regista sembra voler evitare il tema della fede. La miracolata non sembra particolarmente pia, dichiarando di aver fatto il viaggio soprattutto per uscire di casa e di averlo preferito ad un viaggio a Roma che le sembrava troppo “culturale”.

Il film scruta principalmente la reazione degli altri al presunto miracolo;  l’ipotesi di una guarigione viene accolta più  con invidia, dispetto e risentimento che con gioia.

La Hausner rovescia radicalmente il significato mistico del luogo che filma.  Nel suo Luordes regna una sorta di gioia malvagia nel vedere gli altri soffrire.  Non si tratta soltanto della reazione di invidia pura da parte di quelli che non guariscono, ma lo smarrimento di quelli che accompagnano la malata nel momento in cui tramite la guarigione sembra sfuggire al loro controllo.



Maxime Ossipov – Ma province

aprile 23rd, 2011

Cardiologo russo, per un periodo ha lasciato la professione per creare una casa editrice specializzata in traduzione di opere scientifiche. Nel 2005 ha ricominciato ad esercitare in un ambulatorio di provincia, a Taroussa, presso Mosca.

Ha tenuto un diario sul suo lavoro, i pazienti, i loro “vuoti” riempiti di alcool e nulla.

Su “Le Monde des Livres” del 22 aprile 2011 Raphaelle Rérolle parla del suo Ma province come di un libro straordinario composto di tre cronache e una novella.

 

Maxime Ossimov

Ma province

traduit du russe par Anne_Marie Tatsis Botton

Verdier, 122 p., 16,50 €

 

(articolo salvato nell’archivio di Le Monde)

LES COLLECTIONS DE MITHAT BEY –

aprile 12th, 2011

Film turc de Pelin Esmer.

Avec Mithat Esmer, Nejat Isler. (1 h 50.)

 

Istanbul attraverso i ricordi.

 

articolo archiviato